Importante pronuncia nel campo degli incentivi per le fonti rinnovabili: con ordinanza n. 926 del 30.01.2024, il Consiglio di Stato rimette alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la questione di compatibilità dell’art. 7, co. 7, del DM 4.7.2019 con l’art. 3 della Direttiva n. 2209/28/CE e l’art. 4 della Direttiva n. 2018/2001 UE.

Importante pronuncia nel campo degli incentivi per le fonti rinnovabili: con ordinanza n. 926 del 30.01.2024, il Consiglio di Stato rimette alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la questione di compatibilità dell’art. 7, co. 7, del DM 4.7.2019 con l’art. 3 della Direttiva n. 2209/28/CE e l’art. 4 della Direttiva n. 2018/2001 UE.

Oggetto della contestazione è la compatibilità comunitaria della previsione di cui all’art. 7, co. 7, del DM 4.7.2019 nella parte in cui prevede che “il GSE calcola la componente incentivo come differenza tra tariffa spettante e prezzo zonale orario di mercato dell’energia elettrica e, ove tale differenza sia positiva, eroga gli importi dovuti. Nel caso la differenza sia negativa, il GSE conguaglia o provvede a richiedere al soggetto responsabile la restituzione dei relativi importi”.

Nel caso di specie, l’operatore economico ammesso agli incentivi di cui al citato decreto ministeriale ha impugnato il provvedimento di ammissione e la convenzione sottoscritta con il GSE nella parte in cui prevede l’applicazione dell’art. 7, co. 7 del DM 4.7.2019, lamentando che, avendo stipulato il contratto durante la crisi energetica del 2022, quando il prezzo dell’energia era superiore alla tariffa spettante, non ha di fatto ottenuto alcun incentivo: è stato quindi censurato che il meccanismo previsto dal decreto ministeriale comporta l’azzeramento dell’incentivo, precludendo così la remunerazione dei costi di investimento e di esercizio, in contrasto tanto con la normativa interna quanto quella comunitaria.

Il Consiglio di Stato, recependo le argomentazioni prospettate dall’operatore economico, difeso dal Prof. Avv. Saverio Sticchi Damiani, ha colto le contraddizioni del meccanismo incentivante “a due vie” previste dal DM 4.7.2019 evidenziando, in particolare, tre profili di criticità come di seguito riportati:

1) “alla luce del diritto dell’Unione, il meccanismo incentivante dovrebbe agevolare la promozione della prodizione di energia da fonti rinnovabili, favorendo l’investimento nella realizzazione di nuovi impianti o nel potenziamento di quelli esistenti, mediante un contributo pubblico a sostegno dei relativi costi (quali vengono così posti parzialmente a carico della collettività in ragione delle esternalità positive che si ricollegano alla transizione ecologica), mentre l’incentivo negativo configurato dall’art. 7, co. 7, del decreto ministeriale del 4 luglio 2019 comporta che, nel caso in cui il prezzo zonale orario dell’energia aumenti, le imprese, pur avendo effettuato degli investimenti, non ottengono alcuna sovvenzione che ne riduca il costo, anzi debbano riversare al GSE parte degli introiti derivati dalla vendita sul mercato dell’energia prodotta, con la conseguenza che queste potrebbero essere indotte ad abbandonare l’incentivo, così compromettendo il raggiungimento dei risultati perseguiti dalle direttive”;

2) “l’incentivo negativo non può considerarsi una contropartita della garanzia di una tariffa costante, considerato che l’impresa vende l’energia sul mercato, soggiace alle sue dinamiche ed è esposta ai relativi rischi, dunque l’obbligo di versare la differenza tra il prezzo zonale orario e la tariffa spettante al singolo operatore potrebbe pregiudicarne la capacità di reazione alle dinamiche del mercato”;

3) “la tariffa “a due vie”, la quale può tradursi nell’applicazione dell’incentivo negativo, è imposta quale unico meccanismo incentivante per tutti gli impianti di potenza pari o superiore a 250 kW, mentre i titolari di impianti di potenza inferiore possono optare per il diverso regime che prevede il ritiro dell’energia da parte del GSE con corresponsione della tariffa spettante a loro favore: da questo deriva il dubbio sulla compatibilità con la prescrizione, posta dalle direttive, di configurare regimi di sostegno non discriminatori”.

Su tali presupposti, la questione è stata rimessa alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che dovrà pronunciarsi sulla compatibilità comunitaria delle previsioni interne censurate.

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